La frase di Randal Murphy, secondo cui “le relazioni tra aziende sono in fin dei conti relazioni tra persone che rappresentano quelle aziende”, contiene una conseguenza che dovremmo prendere molto sul serio: se il lavoro è relazione tra persone, allora il modo in cui lavoriamo non è mai soltanto una questione tecnica.
È una questione umana.
E, per chi guarda il mondo con occhi cristiani, è anche una questione spirituale.
So bene che questa parola, spirituale, in certi contesti aziendali può produrre lo stesso effetto di una candela profumata in una riunione sul margine operativo: qualcuno tossisce, qualcuno sorride con prudenza, qualcuno teme che da lì a poco si parli di equilibrio interiore, abbracci organizzativi e leadership vibrazionale.
Tranquilli.
Non parlo di questo.
Parlo di una cosa molto più concreta, molto più ruvida, molto meno decorativa: il lavoro come luogo in cui si vede che idea abbiamo dell’uomo.
E quindi, inevitabilmente, che idea abbiamo di noi stessi, degli altri, del valore, del potere, del denaro, del successo, della responsabilità e perfino del tempo.
La grande intuizione dell’Opus Dei, che san Josemaría Escrivá ha consegnato con una forza impressionante al mondo contemporaneo, è che la santità non abita soltanto nei luoghi religiosi, nelle attività esplicitamente devote, nei momenti separati dalla vita ordinaria, ma può e deve abitare il lavoro quotidiano, la scrivania, il laboratorio, la fabbrica, la strada, la trattativa, l’aula, il computer, la visita cliente, il bilancio, la telefonata, la cura dei figli, il viaggio, la mail scritta bene quando avremmo voglia di rispondere male, il silenzio custodito quando potremmo ferire con una parola brillante e inutile.
La formula è nota: santificare il lavoro, santificarsi nel lavoro, santificare gli altri attraverso il lavoro.
È una frase enorme.
Così enorme che rischiamo di ripeterla senza sentirne più il peso.
Perché non significa semplicemente fare bene il proprio lavoro, anche se fare bene il proprio lavoro è già una prima, necessaria, bellissima forma di rispetto.
Non significa nemmeno lavorare tanto, che è una deformazione abbastanza diffusa, soprattutto in certi ambienti dove la quantità di ore viene ancora scambiata per intensità morale, come se la salvezza professionale passasse dal numero di mail inviate dopo cena.
Santificare il lavoro significa che il lavoro può diventare luogo di amore, di servizio, di giustizia, di crescita, di incontro, di responsabilità, di offerta, di costruzione del bene comune.
Ma questo accade solo se non perdiamo la persona mentre lavoriamo.
Perché si può lavorare moltissimo e diventare più duri.
Si può essere competenti e diventare più vanitosi.
Si può avere successo e diventare più soli.
Si può guidare un’azienda e imparare a non vedere più le persone.
Si può vendere tanto e smettere di incontrare davvero i clienti.
Si può parlare continuamente di valore e usare gli altri come strumenti.
Si può persino essere riconosciuti come professionisti eccellenti e lasciare, dietro di sé, una lunga scia di persone stanche, difese, consumate o semplicemente mai ascoltate davvero.
Che santificazione sarebbe?
Che professionalità sarebbe?
Che valore sarebbe?
La Dottrina Sociale della Chiesa ci ricorda che il lavoro ha a che fare con la dignità dell’uomo, non solo con la produzione di beni o servizi. Il lavoro è una dimensione fondamentale della vita umana perché attraverso il lavoro l’uomo partecipa alla costruzione del mondo, esprime capacità, serve altri, sostiene la famiglia, contribuisce alla società, cresce nella responsabilità, ma anche perché nel lavoro può essere ferito, ridotto, sfruttato, misurato solo per ciò che produce, usato fino a quando rende e poi gentilmente accompagnato fuori dal racconto aziendale.
Il lavoro, dunque, non è neutro.
Non lo è mai.
Nemmeno quando è ordinario.
Anzi, proprio perché è ordinario è decisivo.
Perché la vita non si gioca solo nelle grandi scelte, nei momenti solenni, nelle dichiarazioni importanti, nelle conversioni improvvise e nei discorsi che iniziano con “da oggi cambia tutto”, formula peraltro bellissima e spesso già stanca entro il giovedì.
La vita si gioca nella ripetizione.
Nella qualità delle cose che facciamo ogni giorno.
Nel modo in cui rispondiamo.
Nel modo in cui prepariamo.
Nel modo in cui correggiamo.
Nel modo in cui chiediamo.
Nel modo in cui manteniamo una promessa quando nessuno applaude.
Nel modo in cui trattiamo un cliente che non comprerà, un collega che ci rallenta, un collaboratore che sbaglia, un fornitore che ci mette in difficoltà, una persona fragile che ci costringe a uscire dalla comoda efficienza del nostro schema.
È lì che si vede se il lavoro è solo prestazione o anche vocazione.
Vocazione non nel senso enfatico, come se ognuno dovesse svegliarsi al mattino illuminato da una musica epica e dalla certezza di cambiare il mondo prima della seconda riunione.
Vocazione nel senso più sobrio e più serio: chiamata a fare bene il bene possibile dentro ciò che mi è affidato.
Avere un cliente è avere qualcuno affidato, almeno per un pezzo di strada.
Avere un collaboratore è avere qualcuno affidato, non posseduto.
Avere un collega è condividere una responsabilità, non sopportare un ostacolo.
Avere un’impresa è partecipare a una costruzione comune, non solo organizzare risorse per massimizzare un risultato.
Questa prospettiva cambia profondamente anche il concetto di professionalità.
Perché spesso chiamiamo professionale ciò che è efficiente, competente, puntuale, ordinato, preparato, preciso, misurabile.
Tutte cose importanti.
Senza precisione il servizio diventa improvvisazione.
Senza competenza la buona intenzione diventa pericolosa.
Senza puntualità la relazione si consuma.
Senza metodo si spreca energia.
Quindi sì, la professionalità ha bisogno di serietà tecnica.
Ma non basta.
Una professionalità senza antropologia diventa facilmente prestazione lucida e povera.
Sa fare, ma non sa più per chi.
Sa organizzare, ma non sa più che cosa custodire.
Sa comunicare, ma non sa più che relazione sta costruendo.
Sa vendere, ma non sa più se sta aiutando una persona a decidere o se sta semplicemente spingendo una firma verso il trimestre corretto.
La professionalità umana, invece, tiene insieme competenza e cura.
Non oppone risultato e rispetto.
Non usa la persona come scusa per non misurare.
Non usa la misura come scusa per dimenticare la persona.
Qui c’è un equilibrio difficile, e proprio per questo interessante.
Perché il mondo del lavoro è pieno sia di cinici efficienti sia di anime belle inconcludenti, e nessuno dei due modelli basta.
Il cinico efficiente produce risultati, ma spesso consuma fiducia.
L’anima bella inconcludente parla di persone, ma poi lascia agli altri il peso della propria confusione.
La professionalità vera è più esigente: vuole risultati buoni ottenuti in modo umano, vuole competenza che diventa servizio, vuole precisione che diventa rispetto, vuole ambizione purificata dall’utilità reale, vuole capacità di decidere senza perdere tenerezza e capacità di ascoltare senza perdere direzione.
Questa è una forma alta di maturità professionale.
Ed è anche una forma concreta di carità.
Lo so, la parola carità nel linguaggio aziendale rischia di essere fraintesa, perché qualcuno la riduce subito a beneficenza, indulgenza, bontà generica, rinuncia al giudizio, abbraccio universale del disordine.
Ma la carità cristiana non è zucchero sopra l’inefficienza.
È amore alla persona dentro la verità della situazione.
In azienda può voler dire dire un no chiaro senza umiliare.
Correggere un errore senza inchiodare la persona al suo errore.
Preparare bene un incontro perché il tempo dell’altro merita rispetto.
Tradurre una proposta nel mondo del cliente, invece di costringerlo a decifrare il nostro gergo.
Non promettere ciò che non possiamo mantenere.
Non sparire dopo la firma.
Non trattare il fornitore come un suddito solo perché in quel momento abbiamo più potere contrattuale.
Non parlare male del cliente assente per sentirci superiori.
Non scaricare su un collaboratore l’urgenza che nasce dalla nostra disorganizzazione.
Non usare la parola “fiducia” quando stiamo solo chiedendo obbedienza meno rumorosa.
Tutto questo è professionalità.
E, per chi crede, può diventare santificazione del lavoro.
Non perché aggiungiamo un’etichetta religiosa a una pratica qualsiasi, ma perché permettiamo al lavoro di diventare luogo in cui l’amore prende forma concreta.
Il lavoro ben fatto, allora, non è solo quello che produce un risultato tecnicamente corretto.
È quello che lascia una relazione più vera.
Un cliente più lucido.
Un collega meno difeso.
Un collaboratore più capace.
Un fornitore trattato con giustizia.
Un ambiente in cui la realtà può essere detta senza paura.
Un pezzo di mondo un po’ meno disumano, anche se nessuno lo mette nel KPI.
Forse dovremmo domandarci più spesso che cosa comunica il nostro modo di lavorare.
Non solo che cosa produce.
Che cosa dice.
Perché il lavoro parla.
Dice chi siamo.
Dice se crediamo davvero che la persona venga prima della funzione.
Dice se l’altro, per noi, è qualcuno da servire o qualcuno da usare bene.
Dice se la nostra fede, per chi ce l’ha, entra nella mail, nella puntualità, nella promessa, nella riunione, nella fattura, nel modo in cui prepariamo una proposta, nel modo in cui accettiamo un limite, nel modo in cui custodiamo la reputazione altrui.
Dice se la nostra professionalità è una maschera elegante o una forma concreta di responsabilità.
La frase di Murphy, allora, ci riporta a terra con una forza preziosa.
Le relazioni tra aziende sono relazioni tra persone.
E se sono relazioni tra persone, allora ogni relazione professionale è anche una prova della nostra umanità.
Non nel senso pesante e moralistico del termine, come se ogni mail dovesse essere preceduta da un esame di coscienza di quaranta minuti, cosa che renderebbe impossibile qualunque organizzazione e probabilmente farebbe esplodere Teams per eccesso di santità operativa.
Ma nel senso semplice e severo che ogni giorno, lavorando, vendendo, decidendo, correggendo, ascoltando, promettendo, tacendo, stiamo dicendo che cosa pensiamo dell’uomo.
E quindi anche di Dio, se crediamo che l’uomo porti in sé una dignità che non viene concessa dal ruolo, dal budget, dalla funzione o dal rendimento.
Santificare il lavoro non significa scappare dal lavoro verso qualcosa di più spirituale.
Significa entrare più profondamente nel lavoro senza perdere l’anima.
Significa che la proposta commerciale, la riunione, la trattativa, il progetto, il documento, la telefonata, la consegna, la correzione, l’attesa e perfino il silenzio possono diventare luoghi in cui la persona viene riconosciuta, servita e aiutata a crescere.
Oppure luoghi in cui viene ridotta.
La differenza, spesso, non la fanno i grandi discorsi.
La fanno i dettagli che prendiamo sul serio.
E forse proprio lì, nella piccola fedeltà quotidiana al lavoro ben fatto e alla persona ben trattata, si decide se la nostra professionalità è solo competenza ben vestita o qualcosa di più grande.
Una vocazione.
Una responsabilità.
Un servizio.
Un modo concreto, umile e non sentimentale, di rendere il mondo un poco più umano mentre facciamo semplicemente il nostro lavoro.

